Luciano Ravasio, icona musicale e culturale bergamasca

05 Marzo 2022 Artisti Commenti
Il cantautore di Presezzo e il suo amore per le tradizioni popolari orobiche

Luciano, tu sei stato prima di tutto un professore di lettere. Se ne deduce che tu abbia proprio nel sangue il piacere di effondere cultura :-))) . Non per niente hai fatto conoscere la poesia dialettale orobica, oltre che la musica tradizionale del territorio, attraverso i tuoi lavori artistici. Cosa ti affascina maggiormente del sostrato letterario di Bergamo?

Il sostrato letterario di Bergamo è un po' il vestito della festa del mio rapporto con la lingua del territorio. Ma non è che gli dia poi un'eccessiva importanza, proprio perché ho una formazione da laureato in quest'ambito. Questa risorsa dovrebbe consentirmi di stabilire delle gerarchie di valenza poetica non circoscritte alla Bergamasca, pur se condizionato nel giudizio dalla predilezione per questo territorio. Devo partire da lontano per spiegarti il mio rapporto con la lingua e la cultura locale. Premetto che sono cresciuto in un contesto, di fatto, da Albero degli zoccoli. Ultimo di otto fratelli, sono rimasto orfano di madre a tre anni e da quel momento mi hanno seguito la nonna paterna nata nel 1871 (non avevo altri nonni) e una zia "meda" (zitella), classe 1899, che erano le regiure (reggitrici) della casa. Mio padre era un ex contadino passato dal lavoro nei campi alla Dalmine, ma non ha interferito nella mia educazione. La nonna e la zia invece mi hanno formato com' erano state educate loro nel secolo XIX. Mattina e sera si dicevano le preghiere con un incipit in bergamasco: Signùr ve ringrassie che m'ì fàcc cristià… (che mi avete fatto cristiano), per poi continuare in latino. Messe e rosari a tutto spiano. La zia era severa come una matrigna uscita da un romanzo di Dickens. La nonna analfabeta era invece dolce e comprensiva e mi raccontava in bergamasco la storia di Gioanì sènsa pura, secondo la versione secentesca di Giambattista Basile, e altre favole ancora. Ovviamente sono cresciuto a polenta tutti i giorni, salvo il venerdì, giorno destinato alla pasta e al bertagnì
Adolescente, in collegio all'orfanotrofio di via S. Lucia in città, i compagni e non solo loro mi hanno fatto vergognare di questa mia formazione ed estrazione sociale. Finalmente rispondo alla tua domanda… La riscoperta e la valorizzazione del bergamasco e del mondo popolare è stata per me una rivalsa contro coloro che disprezzavano il mondo patriarcale: è diventata l'occasione per dar prestigio alla lingua della mia infanzia. Quando poi all'università (la Statale a Milano) ho scoperto che esisteva anche una tradizione colta nella lingua di mia nonna Teresa, a maggior ragione mi sono mosso in quella direzione.

Mi raccontavi che dai piccoli complessi di paese sei passato a comporre i tuoi primi pezzi con la chitarra. Se dobbiamo dirla tutta, erano a tua detta "canzoncine per la fidanzata" :-))) . Poi all'Università sei entrato in contatto con la poesia dialettale. Sarà proprio attraverso la tua tesi su Pietro Ruggeri da Stabello che scoprirai la bellezza delle canzoni da salotto scritte in bergamasco a partire dall'Ottocento. Ce ne vuoi parlare?

È tanta roba… Diciamo che ho imparato i primi accordi sulla chitarra a quattordici anni, alla fine della terza media, durante le vacanze (in Francia tra l'altro), grazie al sacerdote che assisteva noi ragazzi.
Nei tre anni successivi sono finito a studiare da prete in Piemonte e dovevo scegliere se fare ricreazione giocando a pallone o giocando (come dicono in altre lingue) con la chitarra. La risposta già la sapete. La vocazione vera era per la musica, complici i Beatles. Lo dico in una mia canzone: "Scetorlòcc pastüràcc a rosare / che de cólp i à cambiàt vocassiù / quando i Beatles col sound di chitare / i à ‘ntunàt la so prima cansù". (Ragazzotti pasturati a rosari / che di colpo hanno cambiato vocazione / quando i Beatles col sound delle chitarre / hanno intonato la loro prima canzone). Io la mia prima canzone l'ho scritta a sedici anni. A diciotto anni ho formato il primo complessino e ho continuato a scrivere "canzoncine per la fidanzata", in italiano ovviamente. Ho virato sul dialetto negli anni dell'università influenzato dalla scoperta della poesia di Carlo Porta e del canto popolare, grazie alle ricerche di Roberto Leydi. Ho iniziato scrivendo poesie in bergamasco, che pubblicavo sul Giopì. Nel frattempo la morosa mi aveva lasciato e ho cercato di farmela passare cantando nella lingua dell'infanzia: "Piötòst che tö öna dòna / me töe öna cavrina… (Piuttosto che prendermi una donna / mi prendo una capretta). Sono anche gli anni della tesi di laurea su Pietro Ruggeri da Stabello e della scoperta della "canzone bergamasca d'autore", intesa come produzione artistica che vede la collaborazione di un musicista diplomato con un poeta dialettale. Iniziò il Ruggeri nel 1843 con l'intermezzo buffo Oh de la müla, musicato da Gerolamo Forini, allievo, come Donizetti, del Mayr. Tutto materiale che potrebbe figurare tra le iniziative di Bergamo, capitale della cultura.

Interessante la raccolta di dodici canzoni bergamasche appartenenti sempre al repertorio salottiero dell'Ottocento, che pubblicherai con l'Eco di Bergamo nel 1979. Esperienza che poi si ripeterà nel 1985 con la produzione di un ulteriore volumetto che riprenderà il primo, con l'aggiunta di cinque canzoni con testi di Carmelo Francia. Di cosa trattano?

La raccolta che menzioni è del 1979. Ho avuto la fortuna di inaugurare la collana Bergamo documenti: una serie di volumetti abbinati a L'Eco di Bergamo. Il primo, il mio, era intitolato Un secolo di canzoni bergamasche e in più aveva in allegato una musicassetta registrata in un giorno: one man band. Cantavo tutto in gola, anche se già collaboravo con la radio Rai regionale. I fonici milanesi si permettevano di dirmi: "Oé bergamàsch, se canta minga inscì…". Poi ho imparato a impostare meglio la voce studiando per due anni con un baritono. Sia la prima che la seconda raccolta (Bütiga de antiquare) propongono in prevalenza il repertorio dialettale salottiero d'autore, con qualche canzonetta degli anni Trenta e Cinquanta. La seconda raccolta, però, ha in più un lato b con testi di Carmelo Francia che avevo iniziato a musicare a partire dal 1976. C'è pure un brano tutto mio: La Patti, storia della cagnetta di casa. Stavo trasformandomi in cantautore. Gli argomenti sono tipici della letteratura dialettale: le buone e semplici cose dell'immaginario locale ("Le buone cose di pessimo gusto", direbbero i maligni).

E' da questo momento che inizi a esibirti in giro portando le canzoni tradizionali alle orecchie dei bergamaschi. Qual è stato l'impatto di questo genere sul pubblico?

Le prime esibizioni erano in chiave recital teatrale. Mi ero fatto costruire una specie di teatro dei burattini in compensato e inframezzavo alle canzoni monologhi e poesie. L'impostazione reggeva solo in piccoli spazi. Poi ho formato un gruppo di cinque elementi: chitarra, fisarmonica, contrabbasso, due voci femminili. Il recital si reggeva soprattutto sul canto popolare e ha riscosso un certo interesse. In quegli anni, fine anni ‘70, ha fatto invece faville lo spettacolo Storie volanti, nato in collaborazione col Teatro Viaggio. Il sodalizio si è presto interrotto per dissapori. Il taglio era comico. Eravamo tre giullari (con me c'erano Marco Rota e Mario Ferrari) che presentavano vicende tratte dai "fogli volanti" che i cantastorie vendevano o distribuivano a fine performance. Il titolo si riferiva ai foglietti colorati con il testo della canzone interpretata dall'artista di strada. La ricerca e le musiche erano mie in prevalenza. A dirla tutta, anche ora mi definiscono cantastorie e in Youtube le mie canzoni più viste sono quelle popolari: Maslana, Dove te vet o Marietina, Nóter de Bèrghem

Negli anni '90 ti fai conoscere come cantautore. E allora nascono Reame di Gioppino, Pòta, I löcia i Madóne e tutto ciò che ne sussegue. Curiosamente è con una cover dal rifacimento linguistico puramente bergamasco, L'è de ‘Lbì, che ottieni un grandissimo successo. Come mai hai avuto questa grande pensata? :-)

Il meglio della mia produzione cantautorale risale ai primi anni ‘90 grazie all'incontro con Sergio Pagliaroli, delle edizioni Villadiseriane. Era la prima volta che avevo a che fare con un editore disposto a valorizzare le mie canzoni. Quanto realizzato in precedenza era all'insegna dell'occasionalità. Con Pagliaroli si era creato un rapporto di amicizia e di fiducia reciproca. Nascono a distanza di un anno l'uno dall'altro: Il reame di Gioppino, Pòta, I löcia i Madóne. Le musicassette e i cd di questa serie erano supportati da libretti di un centinaio di pagine scritti a quattro mani da Pagliaroli e dal sottoscritto. Le canzoni erano mie per testo e musica. L'impostazione ci consentiva di distribuire il prodotto in libreria. Vedo che il Bepi opera per certi versi allo stesso modo. Esaurita quell'esperienza creativa veramente prolifica, sono incappato per caso nella bergamaschizzazione di Let it be. Mentre la elaboravo, ricordo che mia moglie mi aveva rimproverato di perdere tempo con le sciocchezze (le c.te) quando ero in grado di scrivere canzoni più serie. Ledelbì o L'è de ‘Lbì è una canzone non mia, sia per la musica che per la gag centrale… La frase mitica: I dis che l'è de Nèmber l'è de ‘Lbì l'ho ascoltata e "rubata" a un matrimonio. Ho conservato il menù di quel pranzo nuziale. Eravamo al ristorante Monticelli di Montello; era il 23 gennaio 1999 e gli sposi si chiamavano Fiorella (fiorista di professione) e Gianpietro. Ho sistemato le strofe e la canzone era bell'e pronta, se non si considera un ampliamento recente del testo. Fu un successo inaspettato. Da un lato si era in una fase in cui la lingua locale iniziava a essere valorizzata, inoltre la parodia è un modello storicamente collaudato per la scrittura in dialetto.

C'è un pezzo a cui sei particolarmente legato e che ti rappresenta in toto?

Di sicuro non L'è de ‘Lbì… Le canzoni che assomigliano a me sono più intimistiche e strutturate letterariamente. Mi viene in mente il brano Sira , ad esempio, oppure Margì de Scanz e Ol duméla: canzoni sincere, pur se rispettose di un "bello stile".

Oltre a essere un cantastorie, come molti amano definirti, hai fatto molte cose che ti rendono onore. Tra queste ricordiamo la rivalutazione del personaggio di Pacì Paciana, il famoso Robin Hood bergamasco, che ami cantare nelle tue ballate assieme al tuo amico burattinaio Pietro Roncelli. Ci vuoi raccontare con parole tue il tessuto caratteriale di questo bandito ottocentesco?

Vincenzo Pacchiana, detto Pacì Paciana, è il Robin Hood orobico, il padrone della valle Brembana, recita l'adagio popolare. Come per il più famoso Robin, si sono inventati che alleggeriva le tasche dei ricchi per ridistribuire il plusvalore ai poveri. Storicamente non era proprio così, ma a contare nel nostro caso è il mito, la leggenda, la fame di giustizia: "De chèi ch'i pórta la sò crus e i pöl mai alsà la us". (Di chi porta la propria croce e non può mai alzare la voce). Pacchiana è un personaggio reale e, grazie a ricerche recenti del compianto don Giulio Gabanelli, sappiamo che è nato a Bonoré di Grumello de' Zanchi (comune di Poscante), il 18 dicembre 1773 e che è morto assassinato nel sonno per mano del suo compare di ruberie "Carcino", nell'agosto del 1806. Aveva trentatrè anni. Don Giulio ha recuperato pure gli atti di morte delle guardie ammazzate dal Pacì. Parla di lui pure don Locatelli Zuccala, parroco in S. Alessandro in colonna e suo contemporaneo: "Costui - si legge nelle memorie dell'anno 1806 - era nato in Zogno, fu sbirro sotto il governo Veneto, e per varj delitti condannato alle galere, che schivò fuggendo. Nata la Rivoluzione ritornò in Zogno peggiore di prima".
Nella nostra narrazione per burattini e cantastorie Pacchiana, aiutato dall'amico Gioppino, è il difensore e il vendicatore dei deboli. Si celebra inoltre il mitico salto nel Brembo dai ponti di Sedrina per sfuggire alle guardie "cianfresi". Si dà risalto all'episodio della vipera che lo morde e indebolisce per cui è costretto a rifugiarsi dalle parti di Gravedona dall'amico brigante Carcino [Cartocci], che poi lo tradirà… "Ma il Cartocci - scrive lo Zuccala, sempre nel 1806 - sedotto da promesse di premio, e dalla speranza forse di farsi sua la parte del denaro dirubato, ch'era toccato al suddetto Pacino, mentre questi dormiva l'uccise, e portò la sua testa al Governo, che la fece esporre sotto la Ghilottina alla Fara, e così terminarono le violenze e ladroneggi di costui". Pacì Paciana è più che mai vivo nell'immaginario orobico come paladino della giustizia anche, e soprattutto, grazie ai cantastorie e ai burattinai.

Luciano Ravasio è anche un personaggio "radiofonico" :-))) . Dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Novanta sei ospite negli studi della Rai di Milano e da sette anni partecipi alla trasmissione mattutina di Teo Mangione su Radio Alta con l'appuntamento ormai consuetudinario con il tuo Lunario (fa pure rima!:))) ). Qual è il messaggio che porti sempre ai tuoi ascoltatori?

Ai miei ascoltatori porto soprattutto la mia voce di chansonnier… Il lunario del mattino viene trasmesso in diretta anche su Bergamo tv, per cui mi si vede con l'immancabile chitarra al seguito, strumento che offre il vantaggio di mascherare la pancia. Con le mie affabulazioni mi lego certamente agli avvenimenti storici, alle ricorrenze del giorno, ma sempre privilegiando l'aneddoto, la notizia curiosa e vivacizzo il tutto con il momento cantato. È un "accadde oggi" leggero, ma non superficiale.

E infine troviamo il Ravasio scrittore. Ricordiamo il tuo "Lunario dei giorni brevi" e il "Lunario dei giorni lunghi".
A questo punto mi sorge spontanea la domanda: preferisci essere Luciano professore, Luciano cantautore o Luciano scrittore?

Preferisco essere Luciano umarèl tranquillo, con qualche trasporto spontaneo verso la musica e la poesia. Senza che tali predilezioni diventino un'etichetta o un mestiere, l'ho già ribadito in musica:
"Con tance agn in gòba e quàter ghèi / fó ‘l pensiunàt e se pöl mia stà mèi: / nn'ó assé de stà a la larga di dutùr / fà müsica e poesia che i rèsta ol prim amùr". (Con tanti anni in gobba e quattro soldi / faccio il pensionato e non si può stare meglio: / mi basta stare alla larga dai dottori / fare musica e poesia che restano il primo amore). Per dirla come John Lennon,"I'm just sitting here watching the wheels go round and round" (Non faccio che star seduto qui ad osservare le ruote che girano). Purtroppo all'ombra dell'ultimo sole.

Veniamo alle Bergamodomande…
Una poesia bergamasca che hai particolarmente nel cuore e che vorresti che i nostri lettori avessero il piacere di leggere…

Poesie in particolare non ne ho nel cuore. Ne conosco troppe per operare una scelta da classifica sanremese. Ho una stima particolare per qualche autore: Ruggeri da Stabello, Carmelo Francia, Umberto Zanetti. Se proprio dovessi scegliere una lirica che faccia apprezzare la musicalità del bergamasco, sempre e solo preso in considerazione in chiave grottesca e comica, mi affiderei al Carmelo Francia degli anni ‘60, ai testi che ho musicato… Per esempio: La sörba de S. Bernardì . https://www.youtube.com/watch?v=u_vsACd6AGQ

Qual è l'artista orobico (musicale o no) con cui hai collaborato nella tua lunga carriera che apprezzi maggiormente?

Questa risposta è facile, nonché celere: Tiziano Incani, alias ol Bepi… anche se devo confessare che all'inizio mi aveva spiazzato in tutti sensi per via del successo da stadio e per i testi che valutavo esclusivamente come buffonerie da nuovo Zanni. Ére capìt negót… Il Bepi ha avuto un crescendo continuo artisticamente: man mano ha perfezionato le sue proposte trasformandosi in poeta della canzone.

Mi insegni una frase in bergamasco che dovrei assolutamente imparare?

Con quello che sta succedendo, direi che dovresti semplicemente esclamare:Signùr ardì zó! (Signore guardate giù!). Poi dovresti intonare in friulano: Ai preât la biele stele, / ducj i sanz dal Paradîs. / Che 'l Signôr fermi la uere… (Pregai la bella stella, / tutti i santi del Paradis / che il Signore fermi la guerra…).

Grazie Luciano per aver accennato a una delle canzoni simbolo della mia terra d'origine!
E ora un'ultima domanda: preferisci Giopì, Arlechì, Brighèla o la Margì?

Gioppino forever… Anche se ol Giopì lega meglio con un sèmper che è bergamasco e latino al contempo.

Grazie per aver chiacchierato con me, Luciano!
Per chi volesse leggere di te o ascoltarti, quali sono i tuoi riferimenti social?

www.lucianoravasio.it
https://www.youtube.com/user/ANTIQUARE/featured
luciano.ravasio@alice.it

Intervista fatta da Arianna Trusgnach per Chèi de Bèrghem

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