Il Jazzy di Pier Mazzoleni

09 Luglio 2022 Artisti Commenti
Cantautore, musicista, scrittore di grande spessore artistico e umano

Ciao Pier! Tu sei proprio un bergamasco che rappresenta l'arte in persona, ma non ti chiederò mai se preferisci comporre canzoni, suonare o scrivere libri perché sono convinta che ognuno di questi ingredienti ti appaghi in maniera diversa e faccia parte di un puzzle imprescindibile della tua anima. Quando hai capito che tutto ciò sarebbe stato il tuo progetto di vita?

Buongiorno Arianna. Grazie per lo spazio che mi dedichi. Vedo le arti come una miscela, ognuna delle quali ha bisogno dell'altra per vivere. Sono tutte espressioni del proprio "essere umani". Non le cerchiamo. È proprio l'esatto contrario. A un certo punto della vita ti accorgi di avere bisogno di avere una voce diversa da quella di sempre: non basta più parlare. Senti di poterti raccontare in altri termini, con altri mezzi. E dipende dal fuoco che porti dentro: se infiamma o brucia poco. Da bambino mi sentivo letteralmente ardere, tanto che volevo fare il musicista e quello è sempre stato il mio obiettivo. Ci sono tanti fatti che si interpongono tra te e il tuo obiettivo: la vita è stata quindi un insieme di tanti ostacoli. Ma i romanzi, le musiche che ho scritto, le canzoni sono stati quegli elementi del puzzle di cui parli, tanto complementari l'uno verso l'altro. Ma il bello è che non ho ancora capito cosa sarà il domani, quali novità ci saranno e se la magia continuerà.

Jazzy è una parola che hai coniato per definire la commistione di generi che possiamo incontrare nella tua musica. Potresti spiegarcela meglio?

Jazzy è una carineria, qualcosa che non ho inventato io ma già esisteva. E' un vezzeggiativo per ridurre l'impatto del termine jazz e, dato che amo follemente il genere da ascoltatore ancor prima che da musico (ma non sono un purista), mi limito a stare sul crinale. Nel versante opposto c'è il pop cantautorale e, un po' più defilata, c'è la musica classica. Mi spiego meglio. Canzoni come L'isola, Tempo che non fu, Il mio volo hanno il sapore di tanti ingredienti diversi. Ci sono armonie più complesse, cosa che in genere non trovi nel pop, melodie che si ispirano al belcanto della tradizione italiana. E poi ci sono il vestito, l'orchestrazione e l'arrangiamento, ai quali di solito si arriva in cima a una grande salita. Nulla, per quanto mi riguarda, è mai regolato da canoni fissi.

Duecentocinquantuno sono esattamente i brani che hai depositato alla SIAE. Direi che operoso e prolifico sono due aggettivi che dipingono esaustivamente la tua lunga carriera. Ma te li ricordi tutti a memoria? :-)

Nooo! Come potrei ricordarli tutti? Anche perché in scaletta, fondamentalmente, girano più o meno sempre quella cinquantina di canzoni, come regola generale. Alcuni li ho scritti da ragazzo e forse non hanno mai raggiunto nemmeno la maturità. Ricordo le musiche di quasi tutti i brani ma certamente non i testi. A memoria giusto le scalette dei concerti, perché me li ascolto e ci lavoro sopra prima.

Hai scritto anche per orchestra e tra i tuoi lavori troviamo pure una colonna sonora stupenda (L'isola) nata per un cortometraggio. Che differenza percettiva trovi tra il "parto" di una canzone e quello di un'orchestrazione?

Faccio chiarezza. L'isola non è nata come colonna sonora per cortometraggio. Lo è diventata in seguito alla richiesta di un regista francese che ne ha appunto chiesto la sincronizzazione dopo averla ascoltata, tempo dopo che l'avevo composta. Io sono certo che una canzone nasca per il bisogno impellente di dire qualcosa e qui mi ricollego alla prima domanda. Si tratta di una forma personale di espressione. Pertanto, come opera dell'ingegno, per esistere basterà solo musica o l'accompagnamento di un testo. Orchestrare qualcosa diventa un'esigenza se vuoi sperimentare e io sono un folle curioso. Pur non avendo alle spalle studi accademici in tal senso (quello che so me lo sono sudato studiando sul campo e confrontandomi con alcuni maestri), mi ha sempre affascinato capire come sarebbe potuta diventare una canzone "a più parti". Se il brano funziona, va bene voce e pianoforte ma, se espandi la tavolozza dei colori, beh! Allora se il gioco degli incastri è corretto e tutto si muove con coerenza e gusto, ascoltare il tuo brano suonato da una quarantina di strumenti è un regalo divino! È pura magia e uso il termine con consapevolezza.

Sei un fisarmonicista con i fiocchi, suoni il piano, la chitarra... C'è uno strumento che ti piacerebbe suonare e fino ad ora non hai avuto il coraggio di affrontare?

Da cantante ho sempre amato il violoncello, il tuo strumento, perché lo trovo il più vicino di tutti alla voce umana. Gli esecutori di oggi poi hanno il merito di averlo presentato in molti modi originali, per avvicinare il pubblico. Ha un lirismo importante e lo adoro. Ma non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi e per un semplice motivo: ho il timore che potrei innamorarmene troppo, finendo così per tradire gli altri due strumenti principali: la fisarmonica e il pianoforte. E non me lo perdonerei.

Mi hai raccontato che credi molto nel valore della melodia e dell'armonia e adori De Andrè, Dalla, Guccini, Conte. Insomma: la storia della musica italiana d'autore. Qualcosa che hai imparato da loro?

Armonia, melodia e ritmo in una canzone sono per me gli elementi imprescindibili, da sempre, di qualsiasi genere musicale si tratti. Da ognuno dei personaggi che citi ho imparato moltissimo. La consapevolezza del palco (per palco intendo qualsiasi luogo dove ci possa essere un pubblico, senza limite, e per questo la strada dà emozioni forti). Amo presentare le mie canzoni, ma non fa differenza se propongo Musica mia o quella di artisti che stimo, come Dalla, De Andrè, Conte, Tenco e altri. Dai grandi copi inizialmente gli umori, la lunghezza dei brani, i loro atteggiamenti. Poi devi staccartene per non essere la loro brutta copia, devi far emergere la tua peculiarità, forte di ciò che hai imparato. Puoi mescolare il tutto e la miscela può diventare esplosiva! La tua unicità diventa la forza di quello che hai imparato. Credo che sia una ruota che gira allo stesso modo per tutti. Chi è venuto prima ritengo abbia fatto lo stesso.

Hai calcato i palchi più importanti non solo della regione, ma anche d'Italia. Ma ciò che più ti appaga è vedere la gente che si siede accanto a te mentre suoni e ti chiede, ti parla: l'interazione come elemento fondante del tuo essere musicista. Suonare anche per strada (perché, quando ne hai voglia, lo fai) ti porta a vivere emozioni e sensazioni che ti fanno percepire quanto sia bello vivere accompagnati dalla musica! Ci ricordi l'aneddoto di Budapest? :-)

Quando non ti aspetti nient' altro che non sia rispetto e onestà, ti accorgi di quanto sia bello condividere la musica, le tue canzoni. Là fuori c'è un mondo che vale la pena di incontrare. Lo faccio spesso suonando in strada. Amo avere gli amici vicini, vicinissimi, quando il pubblico si fa in cerchio e ascolta in silenzio. Questo non ha prezzo. E quando ne ho voglia (spesso), porto il mio repertorio e le canzoni dei grandi cantautori che ho citato poco fa per strada. Mi piace scoprire ogni sera occhi nuovi e parole diverse. Sono stato quasi dappertutto nell'Italia del Nord e in quella centrale. Mi manca il Sud, ma spero di andarci presto.
A Budapest, all'ora di pranzo, mi mettevo con la tastiera melodica, a fiato, ovunque, sia nei parchi ma anche per strada. Si avvicinavano ragazzi che aprivano la loro custodia ed estraevano chi il violino, chi il violoncello. E così, in poco tempo, si era fatta una band anche di dieci o più elementi, con tanto di percussioni. Era bello suonare improvvisando sugli standard jazz, ma anche su semplici accordi. Ho creato alcuni legami di amicizia con molti di loro, specie con il pianista Marco Bianchi, un romano trasferitosi in città. Ci scambiamo tuttora dei bei messaggi. Anche a questo serve la musica: fornisce emozioni allo stato puro.

Progetti imminenti?

Progetti imminenti? Chi li conta più ormai! Ho in mente tante di quelle cose da fare che non basterebbe una giornata di parole. Voglio portare la musica là dove pochi suonano perché non porta loro visibilità. A me non frega nulla della visibilità o comunque conta poco rispetto a quello che ricevo in cambio da certe situazioni. Avrai capito che amo condividere e, se riesco a far star bene i miei simili anche semplicemente cantando e suonando, proseguo così. Poi vorrei incontrare altri musicisti per creare nuove formazioni: questo è un aspetto della musica che mi piace molto. E voglio riprendere da dove ho interrotto la scrittura dei nuovi brani per fisarmonica (stile argentino) e quelli per pianoforte solo.
Ho dieci canzoni scritte a inizio pandemia, Sono già tutte registrate in studio da me e dai musicisti e aspettano di essere terminate e racchiuse in un prossimo disco. Poi, ancora, devo trovare il tempo per continuare il mio quarto romanzo. Sono già a buon punto.
Vorrei anche aggiungere altri video al canale della fisarmonica che ho aperto su YouTube qualche tempo fa e che conta quasi quattromilacinquecento iscritti. Ho messo una trentina di video in cui tengo lezioni gratuite.
Poi ci sono la famiglia, gli amici, la mia casa, la moto, il cane, i libri e, se rimane qualche briciola, un po' di ozio, con cui però ho un brutto rapporto.

Veniamo alle "Bergamodomande"
Tu sei uno scrittore e un divoratore di libri. C'è un autore bergamasco che ti ha colpito particolarmente in tutti i tuoi anni di voracità letteraria?

Leggo molta letteratura russa, poesie inglesi e poi manuali di vario genere. Adoro Alda Merini, Pasolini, Cesare Pavese e Albert Camus. Ho letto poco o quasi nulla dei contemporanei bergamaschi, sono sincero e non per cattiveria… semplicemente per questioni di tempo e priorità.

Puoi inventare seduta stante un titolo in bergamasco che potrebbe diventare fonte d'ispirazione per un tuo nuovo pezzo?

Non ne avrei la più pallida idea. A un titolo in dialetto non ho mai pensato e la parola pota, l'unica che mi viene in mente, è tuttavia già ampiamente usata e abusata.

Un luogo di Bergamo in cui hai composto una canzone importante per te?

Sarò scontato, ma Bergamo alta (Città alta) è una cornice impagabile. Ci sono alcuni anfratti, di cui non menzionerò nulla per sano egoismo :-), che hanno qualcosa di magico. San Vigilio, per esempio, è uno di questi. Ho passato buona parte del tempo a Bergamo alta mentre scrivevo il mio romanzo, Il destino di Ippolita, ambientato proprio lì e che racconta di una storia tra fine Ottocento, con un salto temporale poi di oltre ottant'anni nella seconda parte. In questo libro mi onoro di avere la prefazione del carissimo amico Massimo Cotto, scrittore, speaker radio, autore televisivo e molto altro.

Grazie Pier… per la piacevole chiacchierata :-)

Ringrazio te, Arianna, per le belle domande e la pazienza. E prosegui così. In questo modo potrai avvicinare le persone alle emozioni della cultura e dell'arte.
Per chi volesse leggere di te o ascoltarti, quali sono i tuoi riferimenti social?
Mi si trova in rete: su Facebook c'è la pagina Pier Mazzoleni Cantautore, oltre alla mia pagina personale Pier Mazzoleni. C'è poi Il canale You Tube della fisarmonica e ci sono i romanzi in vendita. Su Spotify o in altri portali musicali si possono ascoltare le canzoni dei miei dischi. Poi, per tutto il resto, si vedrà.
Un forte abbraccio a te e a tutti gli amici.
Buona vita.
Pier

Intervista fatta da Arianna Trusgnach per Chèi de Bèrghem

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